Nei panni di Morgana – una possibile lettura
In questi giorni di festa osservavo come veniva raccontato il Natale.
Addobbi, regali, cenoni. E, sullo sfondo, il ricordo di un evento che per molti si è progressivamente ridotto alla sola nascita di Gesù.
Accanto a tutto questo, forse ancora più forte — complice un tempo denso di difficoltà sociali e individuali — avvertivo un bisogno diffuso e ineffabile di fratellanza, serenità, quiete, amore.
Ripensavo allora al mio ultimo romanzo.
Morgana sapeva bene che il Natale non si trova come un pacco sotto l’albero, non si misura dalle luci o dagli addobbi, non è qualcosa di esteriore.
Per lei il Natale era piuttosto la conquista di uno stato interiore: una pace, una forza, una capacità di amare che non nasce nonostante le difficoltà della vita, ma spesso grazie ad esse.
Già, perché sono proprio quegli eventi contro cui imprechiamo, da cui vorremmo fuggire, che talvolta — se attraversati con presenza — diventano occasioni per generare nuove forze interiori.
Doni silenziosi, non effimeri, da integrare nella nostra essenza più profonda.
Mentre riflettevo, mi tornavano alla mente immagini lontane e vicine:
un bambino che piange, costretto al freddo e alla precarietà per scelte adulte insensate;
giovani donne private del futuro, del diritto di studiare, di condividere, di vivere liberamente.
Morgana, a lungo, avrebbe combattuto come paladina degli oppressi, prima di comprendere che ciascuno può e deve iniziare da sé, lavorando per sciogliere le proprie catene interiori.
Perché ogni storia personale affonda radici in storie precedenti: scelte individuali e collettive, familiari, culturali, forse anche karmiche.
Il Natale, per chi desidera accoglierne il messaggio, diventa allora un tempo diverso.
Un tempo sacro, che parla più direttamente al cuore.
Un richiamo a un luogo interiore vasto, silenzioso, infinito.
Un luogo che scalda e illumina, e che non è destinato a durare un solo giorno, ma può diventare esperienza continua.
Eppure, per raggiungerlo, non bastano i sensi che conosciamo.
Abbiamo occhi per vedere la bellezza, orecchie per ascoltare, pelle per toccare e accogliere, braccia per stringere.
Ma forse il Natale ci invita a risvegliare altri sensi ancora: quelli che permettono di riconoscere in noi un’essenza più pura, capace di fratellanza, di elevazione, di contatto con il divino.
Alla domanda “come?”, Morgana risponderebbe: con un viaggio interiore.
Per questo vorrei proporti un piccolo gioco, semplice, come spunto di riflessione.
Unisce la visione sugli elementi esplorata nel mio primo libro Sogna il mondo che vuoi, vivi il mondo che sogni, sii il tuo sogno al percorso di trasformazione raccontato in Nei panni di Morgana.
Rileggi il romanzo osservando come gli elementi si manifestano nella storia e come rispondono a cause interiori profonde.
La terra, che richiama armonia e radicamento, là dove la ferita del rifiuto chiede presenza.
L’acqua, energia, dove l’abbandono diventa possibilità di fluire di nuovo, con volontà più forte e vitalità ritrovata.
L’aria e il metallo, che parlano di giustizia, di confini, di autoefficacia, quando i condizionamenti culturali e le paralisi simboliche chiedono ordine e scelta consapevole.
Il legno e l’etere, forza e slancio, dove l’umiliazione può trasformarsi in fedeltà a sé.
Il fuoco, infine, come attivazione e gioia, quando le parti frammentate si ricompongono e l’unità torna a farsi sentire.
In Morgana, la guarigione non è fuga dal mondo, ma ritorno a sé.
È dentro che si crea lo spazio.
È lì che la città diventa più accogliente, che il cielo si riapre, che la luce trova casa.
Forse quella luce che il Natale sembra chiamare dal cielo e dalla terra è sempre stata lì (almeno da un certo evento nel tempo), in attesa di essere riconosciuta.
Morgana chiude gli occhi fisici, ma ne apre altri.
Emerge una donna libera, radicata, amorevole, in relazione con il Cosmo e con la Terra.
E ora, cosa aspetti a rileggere il libro — e la tua storia?
Scrivere queste riflessioni non nasce da una posizione comoda.
Alcune di queste comprensioni sono emerse in momenti in cui cercare la luce ha significato attraversare stanchezza, solitudine, rinunce.
Non sempre il senso è stato immediato, né il percorso lineare.
Ma è proprio in quei passaggi che ho compreso che ciò che davvero sostiene non arriva da fuori.
Nasce dentro, lentamente, quando si sceglie di non smettere di ascoltarsi.
Non lo scrivo da un punto di arrivo, ma da un’esperienza vissuta: ed è per questo che so che quel calore che chiamiamo Natale non è un’idea, ma una possibilità reale per chi sceglie di cercarla.
Forse il Natale non chiede grandi gesti.
Forse chiede solo uno spazio di silenzio in cui fermarsi, ascoltare, e riconoscere un gesto, anche minuscolo, che durante la giornata ti ha fatto sentire vivo, autentico, presente.
Tienilo con te per qualche respiro.
È così che si ricomincia a coltivare ciò che di più umano e sacro abita in noi.
Buon Natale, tutti i giorni.
