Siamo tutti parte dell’impasto del mondo che condividiamo
Spesso, quando parliamo di qualcosa, ci soffermiamo su una o due parole che risuonano in noi e finiamo per considerare valido l’intero concetto, senza soffermarci a valutarne davvero il contenuto.
È anche su questo meccanismo che si basano alcune frodi: numeri di telefono o persone che crediamo di conoscere, che ci sembrano familiari e sicuri come un amico o la nostra banca, dietro ai quali si nascondono invece abili individui senza scrupoli, capaci di costruire una maschera rassicurante per sfruttare la fiducia di chi si trova dall’altra parte.
Fermarsi a pochi elementi che risuonano, senza guardare ciò che c’è dietro, può dunque fare danni.
Lo stesso meccanismo può verificarsi quando si parla di eccellenza.
Proprio recentemente discutevo di una persona che avrebbe bisogno di sottoporsi a controlli specialistici ogni sei mesi e che, a distanza di oltre un anno e mezzo, non riesce ancora a trovare un’agenda disponibile per prenotare. Eppure, quell’ambito viene definito di «eccellenza» rispetto ad altri.
Se esistono competenze e strumenti straordinari, ma soltanto una cerchia ristretta può usufruirne, magari attraverso strutture private esclusive, possiamo parlare di eccellenza della prestazione, ma non necessariamente di eccellenza del sistema in quella zona, in quel paese. Quando l’accesso diventa un privilegio, l’eccellenza rischia di trasformarsi in eccezione ed esclusiva.
Pensiamo all’alimentazione. Se il cibo alla portata della maggior parte delle persone è spesso scadente o sottoposto a trattamenti che ne compromettono la qualità, mentre molti prodotti decantati come eccellenze sono costosi e accessibili soltanto a pochi, anche qui l’eccellenza rischia di diventare esclusività.
Immaginiamo di essere panettieri. Per necessità o per avidità, prepariamo ogni giorno il pane per i nostri clienti utilizzando farine ottenute da grani coltivati in zone inquinate o sottoposti a trattamenti indesiderati, senza prestare sufficiente attenzione nemmeno alla qualità dell’acqua e degli altri ingredienti. Siamo magari abili nel nostro mestiere, il pane è buono, ha un bell’aspetto e conquista chi lo assaggia. Ma la qualità di ciò che offriamo non si esaurisce nel sapore: conta anche ciò che quel pane porta con sé e che, nel tempo, può contribuire al benessere oppure danneggiarlo.
Se prepariamo anche qualche tipo di pane con ingredienti selezionati, destinato a chi lo richiede ed è disposto a spendere di più, abbiamo creato un’eccezione, non migliorato necessariamente la qualità di ciò che offriamo a tutti.
Allo stesso modo, se siamo gli unici panettieri della città a utilizzare materie prime di qualità, potremo distinguerci per la nostra eccellenza. Ma possiamo davvero affermare che il pane di quella città sia un pane d’eccellenza?
Bene, ora immaginiamo che quei panettieri siamo tutti noi. Immaginiamo che la nostra vita, con i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, sia un impasto che prepariamo insieme, giorno dopo giorno.
Non stiamo sfornando soltanto il pane di oggi. Ne prepariamo uno domani, un altro fra un anno, e poi ancora, per tutta la vita. Attraverso le nostre scelte, introduciamo continuamente nuovi ingredienti nella realtà che condividiamo.
Che cosa accade se continuiamo a offrire sostanze di qualità eccellente soltanto in minima quantità, mentre la maggior parte dei nostri impasti contiene ingredienti che non nutrono sufficientemente o che, nel tempo, possono impoverire e danneggiare chi li riceve?
Che cosa vogliamo fare?
Naturalmente, come sempre, si tratta di piccoli spunti tratti dalla realtà, utilizzati come metafore della vita. Non è una questione di perfezione, né di pretendere che ogni impasto sia straordinario. È una questione di consapevolezza e di cura per ciò che mettiamo insieme e offriamo agli altri.
Scegliamo ogni giorno con quali pensieri e azioni impastare la materia che diventerà vita condivisa e contribuirà a formare le generazioni che verranno.
Possiamo costruire un mondo fatto di poche eccellenze esposte in vetrina, circondate da una realtà impoverita, sostenuta anche dal lavoro e dagli impasti di tutti. Oppure possiamo impegnarci affinché la qualità non rimanga un privilegio per pochi, ma diventi una cura diffusa, presente nelle piccole e grandi cose che compongono la nostra esistenza.
Perché il mondo in cui viviamo non è fatto soltanto di ciò che ammiriamo nelle sue vetrine. È fatto anche, e soprattutto, di tutto ciò che ogni giorno impastiamo insieme, con maggiore o minore cura e amore.
