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Un mondo alternativo

1 Agosto 2026da MARINA

Il futuro che aspettavamo e quello che possiamo ancora creare

 

Due donne, nella sala d’attesa di un ospedale, parlano delle fatiche di una vita quotidiana combattuta tra la gestione dei figli, i genitori anziani, il lavoro e la stanchezza di non riuscire a vedere la fine di un periodo difficile.

A un certo punto, un raggio di sole che penetra dalla finestra ricorda loro quando erano ancora giovani e piene di sogni.

Una chiede all’altra:

«Ma tu come ti immaginavi il futuro trentacinque o quarant’anni fa?»

Inizia così un confronto curioso.

«Io pensavo soprattutto all’amore, a viaggiare e, forse, ad avere dei figli. Immaginavo un futuro con sempre maggiori diritti e benessere individuale. Pensavo che, una volta cresciuti i figli, mi sarei finalmente rilassata. Non immaginavo che saremmo tutti  invecchiati così tanto e, spesso, così male.

Credevo anche che l’amore per la natura ci avrebbe portati ad abbandonare progressivamente lo sfruttamento della Terra, coniugando vecchi saperi, rispolverati magari dai “figli dei fiori”, nuove tecnologie, buone pratiche ed equilibrio nella gestione delle risorse comuni. E tu?»

«Io sognavo di fare carriera. Credevo che il successo mi avrebbe fatta sentire realizzata. Volevo dimostrare il valore delle donne e, soprattutto, il mio.

Solo molto più tardi mi sono accorta che, per dimostrare quanto valevo, avevo finito per adottare proprio alcuni dei comportamenti che un tempo criticavo, soprattutto negli uomini. Ero molto competitiva. Desideravo un futuro in cui gli altri riconoscessero quanto fossi capace e speciale. Nel tentativo di affermarmi, però, credo di essermi persa molte cose.

Se ripenso a qualche anno prima di entrare nel mondo del lavoro, quando ancora studiavo, ricordo soprattutto ciò che non avrei voluto: un futuro dominato dagli scenari di paura raccontati in tanti film e libri. Scenari che oggi, purtroppo, non sembrano più nemmeno fantascienza.»

«Hai ragione. A giudicare da quello che si vede, ma anche da ciò che provo io stessa, la paura è diventata una delle emozioni più diffuse.

Durante uno dei pochi viaggi fatti da ragazza ricordo di aver pensato a quanto poco bastasse per influenzarci. Una frase sbagliata, ripetuta molte volte, magari da qualcuno in vista o dalla televisione, finiva quasi per sembrare vera.

In quel viaggio, in un Paese ancora poco sviluppato, avevo conosciuto alcuni giovani volontari. Molti erano animati da sincera generosità, ma in qualcuno avevo percepito anche il bisogno di sfuggire alla paura di non valere nulla, di sentirsi superiore o semplicemente “buono”.

È difficile guardarsi dentro e riconoscere davvero perché facciamo quello che facciamo.»

«Vero. Mi fai venire in mente una discussione avvenuta a scuola. Non ricordo nemmeno più su quale argomento. Un giorno una professoressa ci aveva fatto fare un esercizio: ciascuno di noi doveva sostenere e argomentare il punto di vista opposto al proprio.

Ne era nato un dibattito interessante. Alla fine avevamo immaginato un futuro in cui il confronto non fosse una guerra fondata sul principio “io vinco se tu perdi”, ma uno spazio capace di mostrare sviluppi diversi a seconda delle scelte e della guida e come in ogni visione ci siano aspetti desiderabili ed altri con alti punti di attenzione.

Un futuro che non consistesse semplicemente nel togliere ad A per dare a B e, qualche anno dopo, togliere a B per restituire ad A.

Nella nostra classe c’era anche un compagno con alcune difficoltà. All’epoca non esistevano tutte le definizioni e le etichette di oggi. A turno, in due o tre, lo aiutavamo. In quegli scambi lui aveva insegnato moltissimo anche a noi.

Non sognavo un mondo fatto di slogan e battaglie continue. Immaginavo un mondo in cui ciascuno si impegnasse offrendo il proprio contributo, sapendo che gli sforzi sarebbero stati riconosciuti, che le differenze sarebbero state valorizzate e che, nei momenti di difficoltà, sarebbe esistito un sostegno.

In fondo si trattava del futuro. Eravamo convinti che non avremmo potuto fare altro che migliorare”.»

«Già. Anche la volontà di fare meglio e di essere migliore mi ha spinta verso la competitività. Non sopportavo il parassitismo, le sudditanze, i baronati o chi si accontentava di dare meno del possibile.

Sognavo un futuro più libero e più giusto, senza immaginare che l’efficienza e la ricerca del massimo potessero trasformarsi, a loro volta, in nuove forme di sfruttamento.

I nostri nonni avevano combattuto per ottenere tanti diritti. Sembrava naturale credere che il futuro sarebbe stato migliore.

Almeno, così sognavo.»

In quel momento, dalla porta esce un’infermiera.

Comunica alle persone presenti che, a causa di un blackout, gli esami dovranno essere riprogrammati.

Le due donne rimangono per qualche istante in silenzio.

Pensano ai salti mortali fatti per incastrare tutti gli impegni e riuscire finalmente a dedicarsi a quell’esame personale rimandato da tempo.

Poi ripensano allo scambio nato quasi per caso in quella sala d’attesa.

«Forse abbiamo continuato ad aspettare che il futuro arrivasse da qualche altra parte» dice una.

«O che lo costruisse qualcun altro» risponde l’altra.

Si salutano come vecchie amiche, anche se fino a poco prima non si erano mai incontrate.

Mentre si allontanano, entrambe portano con sé una domanda nuova:

ogni gesto, ogni scelta, ogni parola appartiene al mondo che temiamo oppure a quello che vorremmo creare?

Forse un mondo alternativo non nasce tutto insieme e non comincia in un luogo lontano.

Forse inizia proprio così: nel modo in cui scegliamo di vivere il momento che ci è affidato, mettendo le nostre qualità al servizio della vita, imparando a distinguere ciò che alimenta paura e divisione da ciò che genera cura, dignità e possibilità.

Perché l’amore, quando entra nelle azioni, rende il futuro più desiderabile.

 

Un abbraccio

Marina

 

 

 

 

 

Come sempre gli articoli sono a cura di Marina Pillon – L’immagine allegata e’ stata creata da ai

MARINA