Articolo di Marina Pillon
Invece di chiudere le porte, apriamo nuove strade alla conoscenza.
Ci sono luoghi del mondo in cui, per permettere a un bambino di andare a scuola, si costruiscono ascensori capaci di superare centinaia di metri di dislivello. Non è una metafora.
In una remota zona montuosa, dove il percorso verso la scuola poteva richiedere ore attraverso sentieri difficili e pericolosi, qualcuno ha scelto di costruire una nuova strada: un sistema di trasporto che ha trasformato un viaggio estenuante in un tragitto di poche decine di minuti.
Una scelta semplice, nella sua essenza: se la scuola è lontana, avviciniamo la scuola ai bambini.
In altri luoghi, invece, accade qualcosa di completamente diverso.
Ci sono società che investono nella formazione degli insegnanti, nell’educazione al rispetto, nell’empatia, nella parità e nella partecipazione degli studenti. In altre, ancora oggi, a milioni di ragazze viene impedito di proseguire gli studi oltre una certa età.
Due direzioni opposte:
-da una parte si costruiscono infrastrutture per permettere alla conoscenza di raggiungere chi ne è lontano.
-dall’altra si creano, talvolta, barriere che impediscono alla conoscenza di raggiungere qualcuno.
Forse è proprio qui che dovremmo fermarci a riflettere.
Perché la cultura non è un lusso o un ornamento della società.
Non è qualcosa che serve soltanto a chi vuole conseguire un titolo di studio.
La cultura è una forma di libertà, individuale, sociale, dell’Umanità.
Ogni volta che un bambino impara a leggere, una ragazza può continuare a studiare, un adulto trova nuovi strumenti per comprendere il mondo, un insegnante viene messo nelle condizioni di svolgere meglio il proprio lavoro, si apre una possibilità.
La possibilità di scegliere. Questo significa poter essere qualcosa di più di ciò che le circostanze, la nascita, la paura o le convenzioni avevano stabilito per noi.
Per questo le buone pratiche meritano di essere raccontate.
Non importa da quale parte del mondo provengano. Non importa quale cultura le abbia generate, quale lingua parlino le persone che le hanno ideate o quali siano le loro differenze politiche, religiose o sociali.
Se un’idea permette a un bambino di raggiungere più facilmente la scuola, possiamo imparare da quell’idea.
Se un progetto insegna ai ragazzi il rispetto e l’empatia, possiamo imparare da quel progetto.
Se qualcuno inventa un modo per portare la conoscenza là dove prima non arrivava, possiamo chiederci come applicarlo anche altrove.
Possiamo fare altrettanto quando incontriamo l’esatto contrario: non per giudicare un popolo o una cultura, ma per riconoscere quanto sia preziosa la libertà di imparare.
Forse dovremmo cominciare a misurare il progresso di una società anche da questo:
quante strade apre verso la conoscenza e quante ne chiude.
Perché una scuola può essere un edificio, un libro può essere soltanto carta e un insegnante può sembrare soltanto una professione, ma ciò che davvero trasmettono è molto più grande:
la possibilità, per ogni essere umano, di ampliare il proprio mondo.
Allora, anche in un’epoca nella quale sembra più facile costruire muri che ponti, scegliamo di cercare e diffondere le esperienze che fanno il contrario. Non importa da dove arrivino. Le buone idee non hanno nazionalità.
Forse la vera controtendenza, oggi, è proprio questa: invece di chiederci chi ha ragione, o pensare al proprio piccolo orticello, cominciare a chiederci che cosa aiuta l’essere umano a crescere, comprendere e diventare più libero.
Immagine: idea di Marina Pillon – creazione a cura dell’ai
